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	<title>Francesca Parisini &#187; giornalismo</title>
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		<title>In piedi per Odette (il Pratello)</title>
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		<pubDate>Fri, 30 May 2014 11:17:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.francescaparisini.it/wp-content/uploads/2014/05/pratello.jpg" rel="shadowbox[sbpost-1303];player=img;"><img src="http://www.francescaparisini.it/wp-content/uploads/2014/05/pratello-487x690.jpg" alt="" title="pratello" width="487" height="690" class="alignleft size-medium wp-image-1304" /></a></p>
<p>ANZLÀTT , Gisto e Duardèin. Poi Busiola, così avvezzo alle bugie, eil Professòur, che dava lezioni di ballo. Nessuno al Pratello portava mai il suo nome: i più erano tradotti in dialetto, i pochi vantavano un appellativo che subito li identificava. Del resto, «se sei nato qui hai rischiato di essere “diverso” e tu, crescendo, non hai potuto far finta di nulla». Lo raccontò Odette Righi, nel suo libro «Il Pratello», edito nel 1978, a cent’anni dalla registrazione, con delibera comunale, del nome di questa città nella città, strada di furfanti e donnacce, ma anche quartiere dove «è nata la ribellione, la coscienza proletaria, l’antifascismo,<br />
la Resistenza».<br />
Odette, scrittrice e pedagogista, è morta la notte del 15 maggio. Al Pratello, dove visse per 87 anni. Instancabile attivista politica, animatrice culturale, insegnante di scuola materna, è stata ricordata in consiglio comunale, ma lo sarà con più forza il 9 giugno, all’Archiginnasio, cuore nobile della città, dove sarà ricordata con tutti gli onori, lei cittadina del «borgo malfamato, striscia grigia coperta dall’ombra», cui tra i soldati e le prostitute si aggiunsero secoli fa, visti di malocchio, i liberati dalla schiavitù, grazie al Codice del Liber Paradisus del 1257.<br />
L’iniziativa è della Pendragon, la casa editrice bolognese che due anni fa ripubblicò il libro e che qualche settimana prima della sua morte aveva consegnato a Odette le bozze per la riedizione delle sue favole «Il passato a testa in giù e altre storielle». L’edizione originale di «Il Pratello» sopravvive nelle cantine di qualche biblioteca. La riedizione è in prima fila nella vetrina di Lino, il giornalaio della strada, testimone di un’epoca di cui, nonostante le ordinanze, i comitati di cittadini e le regole del buon vicinato, non s’è perso lo spirito. Volavano i coltelli, al Pratello, ai primi del ‘900, a volte a pareggiare rivalità, altre a porre fine a un dispiacere. Come Bianchèinche si ammazzò per una “vi- cenda banale” — scrive Odette — . Aveva amato una donna maritata e da quell’amore segreto era nato un figlio che avrebbe portato il nome di un altro uomo». La storia si raccontava per strada, ai bambini, seduti su una sedia. O come Anzlàtt, il garibaldino, che perse le gambe pestando a piedi nudi la soda per far bianco il bucato alla lavanderia pubblica. I piedi andarono in cancrena e ci volle l’amputazione, ma l’eroe non volle l’anestesia. «Tajé pur da zdè. Se me a fagh un vérs, vol dir ch’an son mai stè vi con Garibèldi! » .<br />
E poi riaffiorano le osterie, i cori dei nottambuli, le secchiate d’acqua dalle finestre sui fracassoni. E il Cristo nero, a metà della via, sulla destra, scendendo dal centro. E la guerra, i fascisti, le bombe, i rifugi negli scantinati, gli sfollati. «La via è tortuosa, il tempo lungo — sono le ultime righe del libro — . I padri del Pratello ci hanno indicato strade anche differenti, ma hanno lasciato un impegno che pesa sulle spalle di tutti, l’impegno di andare avanti». E l’epopea continua.<br />
Da Repubblica &#8211; Bologna | 25 maggio 2014</p>
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		<title>“Dicevano di amarci e ci hanno ucciso”</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Nov 2013 04:40:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.francescaparisini.it/wp-content/uploads/2013/11/2411-bo-rbo-13.jpg" rel="shadowbox[sbpost-1110];player=img;"><img src="http://www.francescaparisini.it/wp-content/uploads/2013/11/2411-bo-rbo-13.jpg" alt="" title="2411-bo-rbo-13" width="288" height="396" class="alignleft size-full wp-image-1111" /></a></p>
<p>Da Bologna a Bologna, passando per Washington e New York (al Palazzo di Vetro dell’Onu), con una puntata alla Camera dei Deputati e un biglietto in tasca per Bruxelles e Londra. “Ferite a morte”, lo spettacolo teatrale che Serena Dandini ha composto per raccontare il femminicidio attraverso la voce di chi di femminidio è morta, arriva domani alle 21 all’Europauditorium, nell’interpretazione di Lella Costa, Orsetta de’ Rossi, Rita Pelusio e Giorgia Cardaci (più, per questa tappa, Roberta Capua). Le lettrici di questa Spoon River di mogli, amanti, fidanzate, ex compagne,tutte morte per mano di chi diceva di amarle, formano ormai un esercito.<br />
Si cominciò a Bologna, con un reading il 30 novembre dell’anno scorso, al Duse. Quasi timido, dopo il debutto di qualche giorno prima al Biondo di Palermo. Invece, finì sold out in poche ore. Da allora, il testo scritto con la collaborazione scientifica di Maura Misiti, pubblicato da Rizzoli e portato in tour dalla società bolognese Mismaonda, di strada ne ha fatta tanta, di lingue parlate molte (italiano, inglese, francese e spagnolo) e di voci femminili sul palco ne ha fatte ascoltare quasi duecento, da tutto il mondo.<br />
Domani, nella giornata mondiale contro la violenza alle donne, mentre faranno tappa sotto le Due Torri le quattro attrici italiane, a New York “Ferite a morte” sarà recitato in inglese nella stessa sala alle Nazioni Unite dove Malala, la studentessa pakistana ridotta in fin di vita dai talebani per aver rivendicato il diritto allo studio, lanciò a luglio l’appello all’istruzione per tutti i bambini nel mondo. Lo faranno Maria Grazia Cucinotta e Valeria Golino e altre due autrici italiane che hanno scelto New York per abitarci, Rosy Canale e Giovanna Calvino, ma soprattutto lo faranno star del calibro della performer Marina Abramovic e della fotografa Nan Goldin (famoso il suo autoritratto col volto tumefatto dalle botte del suo uomo), fino a Nona Hendryx (ex del trio Labelle), Maureen Van Zandt, moglie di Little Stevens, chitarrista di Bruce Springsteen, e Abigail Disney.<br />
E c’è un terzo palcoscenico da cui questi racconti verranno letti domA-NI: è quello del salone di rappresentanza della Camera dei Deputati dove la presidente Laura Boldrini riunirà, in nome della lotta contro la violenza domestica, un cast trasversale e bipartisan:da Paola Binetti ad Ambra Angiolini, da Malika Ayane a Mara Carfagna, da Nunzia Di Girolamo a Lunetta Savino. Nelle ultime ore si è aggiunta la Cgil a Roma, complice una fan del progetto come Susanna Camusso che proprio a Bologna, con “Ferite”, fece il suo debutto in teatro.<br />
Da Washington, il 19 novembre, era partito il tour internazionale dello spettacolo. Sul palco dell’Organizzazione degli Stati Americani (34 membri, dal Canada al Perù), era salita Elizabeth Quiroa Cuellar, segretario presidenziale per le donne del Guatemala e membro di una famiglia di 38 figli.<br />
«Mio fratello fu rapito dai terroristi e trovato da mio padre sepolto vivo dopo diversi giorni &#8211; racconta -. Io ho metabolizzato questo dolore, spendendo la mia vita per lottare contro la violenza ». C’era anche l’emiliana Maria Cecilia Guerra, oggi viceministro per le Pari Opportunità. Il 28 novembre, invece, “Ferite a morte” sarà in teatro a Bruxelles, letto in francese dalla principessa Esmeralda del Belgio e dal viceministro del governo belga. A Londra, il 3 dicembre, su invito della Fondazione Thomson Reuters, leggeranno Cherie Blair e la regina Noor di Giordania.</p>
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		<title>Auguri, inimitabile Pirro. 90 anni in punta di china</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Sep 2013 05:34:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.francescaparisini.it/wp-content/uploads/2013/09/1009-bo-rbo-13.jpg" rel="shadowbox[sbpost-1061];player=img;"><img src="http://www.francescaparisini.it/wp-content/uploads/2013/09/1009-bo-rbo-13.jpg" alt="" title="1009-bo-rbo-13" width="288" height="396" class="alignleft size-full wp-image-1062" /></a> Che impiccio compiere novant’anni per uno come Pirro Cuniberti. « E’ ora di pranzo e tra telefonate e cose da sbrigare non ho ancora neanche fatto un disegnino ». Dice proprio così, “disegnino”, l’artista che fu allievo di Giorgio Morandi e amico e sodale di Enzo Biagi. Pier Achille Cuniberti, detto Pirro, artista immaginifico e prolifico, grafico del “Resto del Carlino” ai tempi d’oro, con Biagi direttore, appunto, e coautore-disegnatore (che chiamarlo illustratore sarebbe una<br />
diminutio) di tanti libri di Stefano Benni, oggi spegne novanta candeline. Anzi no, pardon, niente candeline «che sono allergico», sbotta lui nel suo finto esser burbero. E niente torta, promettono le sue donne: una moglie (Lalla) e tre figlie (Barbara, Monica e Mea). Tante paste, però, da dividere con una famiglia numerosissima, piena di nipoti e pronipoti.<br />
Si festeggia in casa, nell’abitazione di Strada Maggiore. «Sono un provinciale», si definisce lui. «Ho sempre amato Bologna e da qui non sono mai voluto andare via. Neanche negli anni in cui lavoravo a Milano e a Roma, quando avrei potuto trasferirmi. Per niente al mondo avrei lasciato la mia città».<br />
Non ha nemmeno preso l’aereo per New York, Pirro, quando cinque anni fa la galleria Esso di Jennifer Bacon e Filippo Fossati scelse di festeggiare il suo ottantacinquesimo compleanno con una mostra in concomitanza di quella del maestro di Grizzana, allora allestita al Metropolitan Museum. Ci andarono, in compenso, le figlie: due di loro, e si trovarono a stringere mani a parenti americani di cui, in molti casi, neanche conoscevano l’esistenza, ma tutti entusiasti<br />
di quel gigante-artista con gli occhi che guardano all’ingiù e la risata di chi non ha mai compiuto più degli anni di un ragazzino. A proposito, la saga dei Cuniberti, quella sì che sarebbe un romanzone.<br />
«Bologna, però, non mi ha mai dato molto — lamenta l’artista —, forse perché è una città alla fine poco generosa». Cerca di mettervi una toppa ora Davide Ferrari, figlio di Aldo. “Aldone”, lo chiamavano tutti, giornalista e fotografo generoso nel quotidiano cittadino. Davide Ferrari ha chiamato Cuniberti l’altro giorno annunciandogli la Targa Volponi della Casa dei Pensieri, riconoscimento per lui e per un altro maestro, Vasco Bendini; a consegnarlo saranno Eugenio Riccomini e Renato Barilli, il prossimo 22 settembre alla Festa dell’Unità al Parco Nord.<br />
«Oggi non ancora fatto un disegnino — ribadisce Cuniberti — e per me è un caso. Il mio lavoro è fatica e vuol dire disegnare tutti i giorni». «21 per 29.70», specifica tecnico Pirro,dando le dimensioni precise del foglio. «Prendo la penna, la tocco nella china e disegno. Da un po’ di tempo mi concentro solo sul segno e la forma che prende nel foglio. A volte forma astratta, a volte figura». Niente più colore; che strana cosa se si conosce la sua arte delicata, ma variopinta. «Non è che il colore non mi piace più. E’ che mi interessa poco in questo momento ».<br />
Ci rivediamo per i cent’anni, Pirro. Magari a colori.</p>
<p>di Francesca Parisini<br />
da Repubblica Bologna &#8211; 10 settembre 2013</p>
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		<title>“Fotografo donne che fanno la guerra, ma anche l’amore”</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Jul 2013 06:42:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.francescaparisini.it/wp-content/uploads/2013/07/2107-bo-rbo-13.jpg" rel="shadowbox[sbpost-1013];player=img;"><img src="http://www.francescaparisini.it/wp-content/uploads/2013/07/2107-bo-rbo-13.jpg" alt="" title="2107-bo-rbo-13" width="288" height="396" class="alignleft size-full wp-image-1014" /></a>Francesca ha due chiodi fissi: le donne e la guerra. O meglio, le donne che fanno la guerra. Ha 29 anni e gira con una macchina fotografica. Gira il mondo. Il suo primo lavoro, nel 2011, fu sugli sbarchi dei migranti a Lampedusa. Da lì ha preso la strada per terre molto lontane, dall’India al Libano. Da qualche settimana è di ritorno dal Congo: vi ha trascorso quattro mesi. Da sola. Quando è arrivata là, a chi le chiedeva per fare cosa, diceva che cercava le donne che militano nelle truppe ribelli. «Mi ridevano in faccia racconta ora -. Poi, quando sono tornata con le foto, persino un gruppo di persone che là lavorano per l’Onu m’ha fatto i complimenti: non sapevano neanche che esistessero».<br />
Francesca Tosarelli, bolognese, è una fotografa. «Non seguo le news, però. Quel tipo di fotografia non fa per me: è azione, è testosterone. Io seguo una storia e per fare questo devi entrare in contatto con le persone, ci deve essere un processo lungo, un rapporto di scambio». Così è stato quando si è messa sulle tracce delle donne del M23 e del Mai mai shetani, due gruppi ribelli del Kivu Congo. «Quando ero in Libano, al confine con la Siria &#8211; racconta con il piglio di un consumato fotoreporter di guerra &#8211; sono venuta a sapere di un battaglione di sole donne in Siria, ma allora non avevo né le possibilità, né le capacità, tanto meno l’esperienza, per entrare in quel paese e andare a cercarle».<br />
Quella storia, però, le è rimasta in testa. «Ho cominciato a studiare sui testi di antropologia il ruolo delle donne nelle guerre contemporanee africane, fino alle combattenti &#8211; racconta -. Mi interessava rompere lo schema delle donne esclusivamente relegate al ruolo di vittime dei conflitti. Non è una negazione, da parte mia, del fatto che la popolazione femminile è quella che patisce di più nelle guerre. Io, però, ho cercato un’altra strada, quella delle donne che imbracciano le armi».<br />
Tina Brown, grandissima firma del giornalismo americano e direttore di Newsweek, disse una volta che «gli uomini vogliono sapere che cosa succede e le donne sapere che cosa succede realmente. Sono, insomma, più interessate all’aspetto emozionale, a ciò che accade dietro le quinte». «Da parte mia &#8211; continua lei &#8211; m’interessa, con la mia ricerca fotografica, il rapporto tra il femminile e il mascolino». Il risultato sono immagini di straordinaria bellezza, con un’attenzione alle piccole cose che accende la narrazione di una storia più complessa, contradditoria. «Tutte quelle che ho incontrato non sono donne che hanno buttato via la loro femminilità: sono sposate, ballano, si truccano. E allo stesso tempo sono guerrigliere, donne che uccidono, ma che a loro volta sono state spesso stuprate. E che sanno che una volta che finirà la guerriglia, saranno comunque fuori da una “vita normale”. Nessuno, per esempio, le vorrà sposare».<br />
Francesca ha pubblicato servizi su molti giornali e riviste internazionali. Questo lavoro sul Congo sarà in autunno su un inserto del Sunday Times. «Ma è solo il primo capitolo di questa mia ricerca &#8211; conclude -, che vorrei continuare lavorando<br />
accanto a un antropologo, a un sociologo ». Per capire cosa c’è dietro, oltre la notizia.</p>
<p>di Francesca Parisini<br />
<em>da La Repubblica Bologna &#8211; 21 luglio 2013</em></p>
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		<title>Dall&#8217;alba al tramonto, i suoni di un giorno</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Jul 2013 09:12:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.francescaparisini.it/wp-content/uploads/2013/07/1707-bo-int-16_01.jpg" rel="shadowbox[sbpost-1010];player=img;"><img src="http://www.francescaparisini.it/wp-content/uploads/2013/07/1707-bo-int-16_01.jpg" alt="" title="1707-bo-int-16_01" width="288" height="396" class="alignleft size-full wp-image-1011" /></a>«LA musica è il più potente coadiuvante sociale a disposizione dell’uomo. È un’esperienza umana condivisa, un gesto ambivalente per chi suona e per chi ascolta, non avulsa da una relazione con la società ». <a href="http://www.francescaparisini.it/fotografia/?gallery_id=22" target="_blank">Ezio Bosso</a>, direttore e compositore tra i più acclamati della musica contemporanea, torinese che vive tra Bologna e Londra, presterà questa sera la sua musica a un progetto di “rigenerazione urbana”. L’appuntamento, alle 21 al Teatro Duse (ingresso da 15 a 25<br />
€),<br />
è un’iniziativa di un gruppo di studi di architetti e urbanisti (Diverserighestudio, Via Piranesi e ClickUtility) che propongono il progetto «Sicuramente- Bologna» per un rilancio culturale nell’ambito della percezione della sicurezza negli spazi pubblici. Ezio Bosso, autore delle musiche di diversi film di Salvatores, sarà sul palco con Manuel Zigante,<br />
violoncello, e Giacomo Agazzini, violino, con un programma dal titolo “Un altro giorno”. «È il tempo che scorre in un giorno, ma anche quello del cielo — spiega — . Due cose disegnano il paesaggio: una è l’elemento meteorologico, l’altra l’uomo. Ma il tempo meteorologico ha anche il potere di disegnare la nostra memoria del paesaggio; perché ne condiziona la luce e la definizione ». Formatosi a Vienna, sotto la guida di Streicher e Österreicher, Ezio Bosso è attualmente direttore stabile e artistico dell’unica orchestra d’archi di grande numero inglese, The London Strings. «Ogni mio brano parte da un assunto mnemonico sensoriale dettatomi da qualcosa che vedo, che mi viene raccontato — conclude Bosso — . Da un gusto o una sensazione tattile. E allora studio. La musica è una scusa per studiare il mondo per me.<br />
La uso per imparare».</p>
<p>di Francesca Parisini<br />
<em>da Repubblica Bologna &#8211; 17 luglio 2013</em></p>
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		<title>Il libraio modenese di Bruxelles dove va pure Guccini</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Jul 2013 07:54:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mentre i fan di tutte le generazioni fanno la fila da Vito, a due passi da via Paolo Fabbri, sperando in una discesa dai monti di Pavana del Maestrone, lui l’altra sera ha incantato, ancora e comunque, i suoi lettori &#8230; <a href="https://www.francescaparisini.it/2013/07/il-libraio-modenese-di-bruxelles-dove-va-pure-guccini/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.francescaparisini.it/wp-content/uploads/2013/07/0707-bo-rbo-11.jpg" rel="shadowbox[sbpost-1003];player=img;"><img src="http://www.francescaparisini.it/wp-content/uploads/2013/07/0707-bo-rbo-11.jpg" alt="" title="0707-bo-rbo-11" width="288" height="396" class="alignleft size-full wp-image-1004" /></a><br />
Mentre i fan di tutte le generazioni fanno la fila da Vito, a due passi da via Paolo Fabbri, sperando in una discesa dai monti di Pavana del Maestrone, lui l’altra sera ha incantato, ancora e comunque, i suoi lettori di Bruxelles. A convincere Francesco<br />
Guccini a prendere addirittura un aereo è stato un altro modenese, Jacopo Panizza, il libraio di riferimento per la numerosissima comunità italiana del Belgio. «Solo nella capitale – racconta – gli immigrati, di nuova e vecchia generazione, ma che conservano ancora passaporto italiano sono 90mila: una piccola città». E non si contano i figli o i nipoti, italiani d’origine che ora la lingua di Dante la parlano a stento.<br />
Jacopo dal 2007 gestisce la libreria La Piola. E chiunque in città parli italiano, lo voglia imparare<br />
o ami la cucina italiana passa almeno una volta di qui. Sì, perché la Piola è libreria ed enoteca, da prima che le grandi catene scoprissero il business di unire un buon libro a un buon calice, quando però nel Nord Europa i bookshop erano da tempo già questo, ovvero un luogo in cui sostare per godersi il bello e il buono.<br />
«Ho un socio, si chiama Nicola Taricco e cura la parte ristorazione della Piola», racconta Jacopo. Nicola è torinese, a Bruxelles abita da una vita. «Per anni ha fatto<br />
l’oste, poi avvicinandosi ai quaranta cercava un lavoro che non gli facesse fare le quattro di notte, sette giorni su sette. Io facevo tutt’altro, ma mi ero messo in testa di rilevare una vecchia libreria italiana gestita da due anziane funzionarie della comunità, chiusa dal 2002. In Italia mi dicevano che ero matto, invece sono passati cinque anni e siamo sempre in crescita».<br />
Già, perché quello che impressiona alla Piola (il nome, in piemontese, indicava nell’800 i luoghi di ristoro. Così anche in certe<br />
zone della Bassa modenese; felice coincidenza) è la quantità di gente, e soprattutto giovani, che segue le presentazioni dei libri, che sorseggia sul divano un caffè, che sosta nei tavoloni all’esterno per l’aperitivo (e a Bruxelles piove sempre). «Siamo a due passi dalla Commissione – continua Jacopo – e siamo il punto di riferimento per chi cerca la letteratura italiana, ma anche un buon saggio ». Essendo l’unico negozio di libri italiani in Belgio, la Piola non è un negozio specializzato, ma non per questo non sceglie. «Siamo<br />
molto attenti a diffondere nel nostro piccolo una cultura italiana alternativa a quella di pizza, mandolino e Laura Pausini. Inoltre, siamo i fornitori di tutte le scuole e le biblioteche che in Belgio hanno una sezione dedicata all’italiano. E sono tante».<br />
Jacopo, 39 anni, in Belgio è arrivato passando dall’Ohio, Usa, e da Londra. Ha studiato da avvocato, si occupava di temi ambientali e a Bruxelles è approdato lavorando per una ong. «Poi del sistema delle lobby non ne potevo più», confessa. L’Italia vista da<br />
qui? «Nessun rimpianto: non mi ha mai dato opportunità. Per la cultura, poi, non ne parliamo», conclude lui a cui davano del matto perché voleva campare vendendo libri. Qui dalla Piola, dove gli autori stessi presentano il proprio libro con un bicchiere di vino in mano, in una atmosfera più calda di quella di una libreria da grandi catene, sono passati tutti: Paolo Giordano e Max Gazzè, Capossela e Daniele Silvestri, Serena Dandini, fino a Rita Levi Montalcini.</p>
<p>di Francesca Parisini<br />
<em>da Repubblica Bologna del 7 luglio 2013</em></p>
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		<title>Quella sera in cui entrò Mastroianni, sotto braccio alla Deneuve</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Dec 2012 09:16:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.francescaparisini.it/wp-content/uploads/2012/12/cesari.jpg" rel="shadowbox[sbpost-913];player=img;"><img src="http://www.francescaparisini.it/wp-content/uploads/2012/12/cesari.jpg" alt="" title="cesari" width="288" height="396" class="alignleft size-full wp-image-914" /></a><br />
NOZZE d’oro per la gramigna di Cesari, da 50 anni fatta a mano e condita con salsiccia. Ai primi di dicembre il ristorante di via Carbonesi ha festeggiato il mezzo secolo. «Ho cominciato a lavorare qui che era il dicembre del 1962, ma non era la prima volta che giravo tra i tavoli». Già, perché a volere essere precisi il compleanno è stato di Paolino Cesari, il gestore, ma il locale storico ha ben più anni sulle spalle. «Mio padre, Ilario — racconta Paolino — lo aveva comprato anni prima da un tal Bigi, appena fatto ritorno dal Brasile».<br />
Con Ilario Cesari, era solo una rivendita di vino, «le pareti erano tappezzate di scaffali con le botti e i fiaschi e io, al ritorno da scuola, facevo le consegne del vino alle famiglie del quartiere », ricorda Paolino. La gramigna alla salsiccia, piatto pluricelebrato in un menu tutto alla bolognese, fu il primo introdotto in quel 1962, quando alla mescita si accompagnò l’idea di fare una “moderna osteria”, «un posto dove bere bene, è vero — spiega il proprietario — ma in cui fermarsi anche per un piatto caldo». Era una rivoluzione in un posto che, raccontano vecchi documenti, era stato un ricovero per barrocciai, un luogo dove fare riposare i cavalli e intanto rifocillarsi con un bicchiere di bianco o di rosso.<br />
Sul principio degli anni Sessanta con Paolino, a portare nuova aria all’impresa di famiglia, c’era il fratello Umberto che solo qualche anno dopo, però, avrebbe salutato via Carbonesi per le colline di Castel San Pietro dove ancora oggi si trova<br />
la Cantina Cesari, famosa in tutto il mondo per il suo Sangiovese. «Abbiamo sempre proposto una cucina tradizionale bolognese &#8211; continua Paolino Cesari -, buttando un occhio all’internazionalità. Fummo i primi, infatti, in quegli anni Sessanta a introdurre in città novità come il salmone e il caviale, che allora erano qualcosa di esotico».<br />
Ma quello che ha reso il ristorante Cesari uno dei locali di riferimento in città era il fatto che la cucina stava aperta fino alle 5 del mattino. «Tutti i musicisti che passavano per Bologna venivano a cena qui dopo il concerto, così pure gli attori<br />
del Duse». Tra le sue tovaglie romagnole, davanti a un piatto di gramigna o tagliatelle, si sono seduti Chet Baker e Miles Davis o, per star più vicini a noi, Gino Paoli e Gino Bramieri, Macario e Dapporto. «Tutte le sere c’era un altro spettacolo, dopo quello che andava in scena in teatro». Memorabili quelle notti in cui a fare il suo ingresso dalla porta di legno di Cesari era Marcello Mastroianni, sotto braccio alla Deneuve. «Persona amabilissima Mastroianni — ricorda il padrone di casa — in città per un film girato da Bolognini». Ma soprattutto Cesari è stata la cucina di casa per Lucio Dalla, a due<br />
passi dal suo appartamento di via D’Azeglio. «Faccio fatica a parlarne — ammette Paolino commosso — perché in Lucio non vedevo l’artista e tanto meno un cliente qualunque; Lucio era un amico».<br />
Nella saletta di sopra del ristorante, del resto, nei giorni in cui Bologna, nel marzo scorso, si è fermata per piangere la perdita del suo Cantautore, si sono ritrovati a cena, tra risate e ricordi, i compagni musicali di Dalla, da Bersani a Jovanotti, dagli Stadio a Luca Carboni.</p>
<p>di Francesca Parisini<br />
<em>Da Repubblica Bologna del 29 dicembre 2012</em></p>
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		<title>Massimo Osti. L&#8217;uomo che cambiò stile indossando il piumino</title>
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		<pubDate>Fri, 31 Aug 2012 06:30:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.francescaparisini.it/wp-content/uploads/2012/08/3108-bo-rbo-133.jpg" rel="shadowbox[sbpost-654];player=img;"><img src="http://www.francescaparisini.it/wp-content/uploads/2012/08/3108-bo-rbo-133.jpg" alt="" title="3108-bo-rbo-13" width="288" height="396" class="alignleft size-full wp-image-661" /></a>Democratico e innovativo: raccoglieva divise e capi da lavoro, li rimasticava come nessuno osava allora far nella moda e li rimandava fuori in forma di giacche “di strada”, per tutti i giorni. Cose, però, mai viste prima. I suoi marchi, in particolare Stone Island, se li contende ancora oggi in rete un pubblico di collezionisti e fanatici, disposto a spendere fortune. Ma è forse l’unico protagonista del mondo della moda ad avere sacrificato il suo nome a quello delle sue etichette.<br />
Massimo Osti, designer bolognese ancor più che stilista, «geniale interprete di un know how creativo che è alla base dell’unicità del Made in Italy», scrive Paolo Zegna, è morto ormai da sette anni fa. Il 25 settembre uscirà il volume (edito da Damiani) che per la prima volta raccoglie il suo lavoro: quattrocento<br />
pagine, ricchissime di foto, documenti, dettagli, spiegazioni che solo in parte riescono a restituirne l’universo creativo. Osti era un insofferente e un innovatore, scrive l’amico filosofo Stefano Bonaga, autore di uno dei testi. Anzi, «il fatto che fosse insofferente significava anche che non poteva che essere un innovatore, perchè le cose così come erano non gli andavano bene». «Ideas from Massimo Osti» è il titolo del volume, curato da Daniela Facchinato Osti, che il 5 settembre debutta a New York, presentato alla Parsons School, prestigioso istituto dedicato al design. Là, nel 1991, Osti aprì un negozio a suo nome, al piano terra del celebre Flatiron. Tre ampi capitoli raccontano quella che in realtà è solo una parte del mondo di Osti. Si parte coi tessuti. Ossessiva era la sua ricerca, in un’epoca, gli anni ‘70 e ‘80, in cui la moda maschile era fatta solo di materiali tradizionali. Lui la riempì di lane e cotoni gommati. Il secondo capitolo racconta le linee d’abbigliamento. Osti è stato l’unico stilista ad aver messo insieme un archivio di 33mila capi raccolti tra mercatini militari e delle pulci (oggi è stato venduto a Hong Kong). Lui copiava da lì, le grandi firme si sarebbero poi ispirate alle sue collezioni. L’ultima sezione è quella sulle forme. Non c’è guardaroba oggi che non contenga almeno una giacca di piumino. Fu Osti a sdoganarla da capo esclusivamente da montagna.<br />
Il libro sarà presentato a Bologna in ottobre. Con un rammarico. «Manca tutta l’attività politica di Massimo e il suo essere per Bologna un catalizzatore di energie, di talenti», sostiene la Facchinato. «Massimo era un uomo interessante &#8211; scrive ancora Bonaga -. Per divertimento possiamo dire che “interesse” etimologicamente viene da inter-esse, cioè “essere fra”. E cioè ascoltare le persone, le cose e gli oggetti; certo, anche i vestiti».<br />
<em>di Francesca Parisini</em><br />
<em> da Repubblica Bologna del 31 agosto 2012</em><br />
© RIPRODUZIONE RISERVATA</p>
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		<title>Ciao Lucio. Carboni: “Quanto mi manchi, maestro di vita”</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Aug 2012 22:13:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.francescaparisini.it/wp-content/uploads/2012/08/2408-bo-rbo-13.jpg" rel="shadowbox[sbpost-649];player=img;"><img class="alignleft size-full wp-image-650" title="2408-bo-rbo-13" src="http://www.francescaparisini.it/wp-content/uploads/2012/08/2408-bo-rbo-13.jpg" alt="" width="288" height="396" /></a><br />
S’intitola “Ciao Lucio”, ma non è un tributo, almeno in senso stretto, al cantautore bolognese scomparso. È piuttosto l’iniziativa degli “amici del primo tempo” che suoneranno insieme domani al Campovolo di Reggio Emilia (ore 21). Sono quelli che con Lucio Dalla, e grazie a lui, hanno mosso i primi passi nel mondo della musica. O almeno alcuni di loro, perché i talenti lanciati dall’autore di Piazza Grande<br />
sono stati tanti.<br />
«Il Lucio che ci mancherà di più — racconta uno di loro, Luca Carboni — è proprio quello capace di intuire l’indole di ciascuno di noi, di portare alla luce i nostri talenti». Fu così, sul principio degli anni Ottanta, per Carboni stesso che domani sera canterà insieme agli Stadio, a Samuele Bersani e a Pierdavide Carone in occasione dell’apertura della Festa nazionale del Pd. «È<br />
stato grazie a una sua intuizione se ho cominciato a cantare; non avevo mai pensato alla possibilità di usare la mia voce. Pensavo di limitarmi a fare l’autore ».<br />
Come andò, invece?<br />
«Eravamo negli studi della Fonoprint, che allora erano ancora in via dei Coltelli. Io stavo canticchiando agli Stadio delle canzoni che avevo scritto<br />
per loro. Lucio mi registrò a mia insaputa, poi mi chiamò di là e mi fece sentire la mia voce, dicendomi che avrei dovuto cantare, non solo scrivere. Nel giro di un anno e mezzo avevo una nuova consapevolezza di me come cantautore e nel 1984 è uscito il mio primo album “&#8230; intanto Dustin Hoffman non sbaglia un film”».<br />
Quale è stato da allora il vostro rapporto?<br />
«Lucio ha prodotto i miei primi tre<br />
dischi, abbiamo avuto un rapporto intensissimo dal punto di vista creativo. Ma non mi ha mai costretto in nessuna scelta, a cominciare da quella che riguardava i musicisti. È sempre stato solo un dispensatore di consigli, un supervisore, soprattutto per l’uso della voce. Forte dell’esperienza con me, Lucio fondò la Pressing, con cui poi ha cominciato a produrre molti altri giovani, a cominciare da Samuele Bersani ».<br />
E sul piano personale?<br />
«È stato un maestro di vita, dove la vita si è sempre impastata col lavoro. Nell’83, ancor prima dell’uscita del mio primo disco, mi chiamò insieme agli Stadio a suonare come musicista di supporto in una sua tournée in Germania. Un’esperienza grandiosa quella di confrontarmi così, per la prima volta, con il pubblico dal vivo».<br />
Cosa ti auguri per l’eredità di Lucio?<br />
«Ho solo un augurio per la sua eredità culturale. Lucio è stato un grande promotore di iniziative, per la sua città, Bologna, e non solo. Mi auguro che l’idea della fondazione si realizzi nel migliore dei modi. Anche perché tutti noi sappiamo quanto Lucio ci tenesse».<br />
di Francesca Parisini<br />
da Repubblica Bologna del 24 agosto 2012<br />
© RIPRODUZIONE RISERVATA</p>
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		<title>L&#8217;architetto che per Natalia inventava storie d&#8217;amore</title>
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		<pubDate>Thu, 03 May 2012 07:10:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Se l´amore è il regno degli inganni, c´è chi, inganno dopo inganno, ha pensato di costruirci su un´avventura letteraria. Non di romanzo rosa né di tragedia passionale si tratta: fosse per quello, sfidiamo chiunque a negare di avere mai pensato &#8230; <a href="https://www.francescaparisini.it/2012/05/larchitetto-che-per-natalia-inventava-storie-damore/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.francescaparisini.it/wp-content/uploads/2012/05/prima.jpg" rel="shadowbox[sbpost-501];player=img;"><img class="alignleft size-full wp-image-502" title="prima" src="http://www.francescaparisini.it/wp-content/uploads/2012/05/prima.jpg" alt="" width="285" height="392" /></a>Se l´amore è il regno degli inganni, c´è chi, inganno dopo inganno, ha pensato di costruirci su un´avventura letteraria. Non di romanzo rosa né di tragedia passionale si tratta: fosse per quello, sfidiamo chiunque a negare di avere mai pensato in vita sua di scrivere un romanzo come lenimento di un patimento amoroso. No, no, qui la perversione/ossessione è andata oltre, fino a compilare un campionario di sedotti e abbandonati, amanti infelici e rancorosi, traditori e traditrici divorati o meno dal senso di colpa. E per una decina di anni ne ha foraggiato, con lettere e mail, una delle rubriche più seguite dei giornali italiani: «Questioni di cuore», ovvero l´appuntamento settimanale di Natalia Aspesi sul Venerdì di Repubblica.<br />
Risultato dell´inganno degli inganni è il &#8220;romanzo realtà&#8221; dal titolo «La posta del cuore» che il bolognese Marco Cavani ha appena pubblicato per Mondadori, con prefazione della stessa Aspesi. Lei e lui (un «(pare) affascinante architetto d´ottima famiglia, ultracinquantenne, bolognese», parola della giornalista) non si sono mai incontrati, nonostante 36 missive pubblicate in dieci anni, con tanto di record raggiunto il 5 gennaio 2007, quando «feci saltare il banco», scrive l´autore: tre lettere su tre, ossia l´intera rubrica, erano sue, sotto mentita firma. Oggi, la confessione: «Per anni è stata come la febbre del collezionista: tutti i venerdì ero già alle sette in edicola, curioso di vedere se c´era stampato qualcosa di mio».<br />
Tutto iniziò come una storia vera: era il 2001 e lo stesso Marco era «bollito nella pentola Lagostina dell´Amore», mollato da una giovane fidanzata. Alla prima lettera, siglata &#8220;Marco &#8211; Bologna&#8221;, la sciagurata rispose, avrebbe detto il Manzoni. E quella risposta «segnò il mio destino, perchè rimasi stregato dalle sue parole». Ancora qualche epistola autobiografica poi, complice il fatto che &#8220;il tempo è un gran dottore&#8221; e le sue pene finirono, l´autore prese a saccheggiare i dolori altrui. Finchè un amico accademico lo smascherò, questo sì nella realtà, con la Aspesi. Caduta in quella che lei stessa definisce una &#8220;gloriosa trappola&#8221;, pare che la giornalista abbia posto come unica condizione alla pubblicazione di queste lettere, ricucite in forma romanzesca (sebbene missive e risposte d´autore siano riportate fedelmente), quella di firmare la prefazione. Così è stato, in perfetto stile &#8220;aspesiano&#8221;: complice, acuto, divertito, e caustico quanto basta. Soprattutto nell´invitare l´architetto, oggi fedelmente fidanzato dopo affetti tumultuosi, a fornire nuovo materiale per la rubrica. «Per il piacere mio e dei lettori &#8211; conclude infatti &#8211; mi auguro che il vecchio Cavani si risvegli, esca dalla vita comoda o per lo meno cambi amici, se ne trovi di nuovi pieni di storie d´amore, da esporre al pubblico ludibrio della posta del cuore».</p>
<p><em><em>di Francesca Parisini</em><br />
<em> <em>da Repubblica / Bologna &#8211; 3 maggio 2012</em></em><br />
© RIPRODUZIONE RISERVATA</em></p>
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