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bar & comunismo


“Qualcuno era comunista perché si sentiva solo”.
(Giorgio Gaber)

“Mi sento tristissima”
“Non posso farci niente”
(conversazione al bar)

“Qualcuno era comunista perché con accanto questo slancio ognuno era come più di se stesso: era come due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana, e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo, per cambiare veramente la vita”.
(Giorgio Gaber)


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io sono F E M M I N I S T A


E adesso “Time” vuole buttare la parola femminismo

di ELENA STANCANELLI

OGNI anno la rivista Time indice il concorso per la parola più insopportabile, più abusata, quella che si vorrebbe veder bandita per sempre dall’uso comune. Pubblica una lista di candidate, e poi chiede ai lettori di votare. Quest’anno nella lista c’è la parola “femminismo”. Non abbiamo niente contro il femminismo, hanno spiegato dopo aver scatenato l’inferno, è la parola il problema e il modo in cui è stata usata. In particolare da tutte quelle cantanti, attrici, donne famose a vario titolo che la sfoggiano ormai in ogni intervista, esibendo il proprio impegno come un gioiello. Esprimendosi senza competenza l’hanno distrutta, banalizzata, resa insopportabile.
Si riferiscono prima di tutto a Beyoncé, che ha campionato le parole del Ted talk di Chimamanda Adiche nella sua canzone, “Flawless”, usandole anche come sfondo dei suoi concerti. Quelle dove la scrittrice nigeriana si chiede perché si insegni ancora alle ragazze a considerare il matrimonio un obiettivo, mentre l’obiettivo che ai maschi si insegna di rincorrere è un buon lavoro, che consenta successo e denaro. E poi a tutte le altre — Taylor Swift, Lena Dunham, Lady Gaga, Miley Cyrus… — che si sono espresse non proprio richieste sull’ortodossia o le specificità del proprio femminismo. Persino il discorso di Hermione/Emma Watson alle Nazioni Unite è stato incluso in un uso pop, e quindi irritante, del femminismo, tanto irritante da meritare appunto l’ostracismo. La rete si indigna, i social non ci stanno. Roxanne Gay, autrice di Bad Feminist, twitta «In quale universo è un problema che le celebrity supportino il femminisimo rendendolo popolare?». E ancora: «Non è che per caso quelli del Time stanno con Woman Against Femminism? (il famoso tumblr nel quale alcune donne si sono fatte fotografare con cartelli che spiegavano perché a loro non serviva il femminismo: perché mi piacciono gli uomini, amo i commenti sul mio corpo, cucinare le torte di mele…).
Ma mentre l’indignazione su Internet sale, e le giornaliste si affannano a spiegare perché non va bene bannare il femminismo, sia pure per gioco, i lettori di Time votano. Secondo le ultime proiezioni, la parola femminismo ha conquistato la prima posizione in classifica, staccando le avversarie “bae” (il nuovo “baby”), “kale” (fico) “om nom nom nom” (una specie del nostro “mmmmmm”, per significare che si sta mangiando qualcosa di buonissimo) e “literally”. Il 40% dei lettori di Time pensa che la parola da eliminare nel 2015 sia femminismo. Finora avevano vinto parole oggettivamente orribili, acronimi impronunciabili, neologismi senza alcun significato. Esclamazioni usate come interiezioni negli sms: LOL (Laugh Out Loud, che ridere) OMG (Oh My God) YOLO (you only live once, la vita è una sola). Nel 2014 aveva vinto “twerk”, la danza che consiste nello sbattacchiare il fondoschiena resa celebre da Miley Cyrus, Rihanna e Jennifer Lopez. Parole quindi, e anche bruttine.
Femminismo, scrivono gli indignati contro Time , non è una parola, è un’identità, un’ideologia, un credo politico. Non può essere liquidato come un fastidioso modo di dire, finire nel mucchio dei tic linguistici. È vero che quest’anno ha tirato il vento dell’impegno e alcune donne famose, di solito impegnate soprattutto a tener lisci e appuntiti gli zigomi, hanno sproloquiato a caso su pari opportunità e quote rosa. Può essere una cosa scema, ma male non fa. Bisogna accordarsi su un’unica linea di condotta: quelli famosi, aiutano o danneggiano le cause a cui aderiscono? È difficile capire perché tirarsi una secchiata di ghiaccio in testa, allo scopo di incrementare i fondi per la ricerca sulla Sla, sia giusto, e che Beyoncè balli di fronte a uno schermo su cui stanno scritte parole intelligenti, dovrebbe essere una catastrofe. Se Jovanotti scrive sul suo account twitter che Open di Agassi è un bellissimo libro, ne fa vendere migliaia di copie. Certo, sarebbe meglio che lo stesso risultato lo ottenesse una dotta recensione, ma anche il risultato e basta è qualcosa. Tra tutte le parole brutte che il nostro vocabolario ospita e la contemporaneità inventa, ci siamo scagliati tutti con insopprimibile violenza contro “femminicidio”. Perché lo scontro maschio/femmina è ancora il nodo delle nostre società. Da quella dialettica esplosiva nasce quasi tutta l’arte, la politica, per non parlare delle psico-patologie. È irrisolto, caldo, è la nostra rivoluzione possibile, quella che, nella peggiore delle ipotesi, potremmo ancora mancare. Da qualche giorno è diventato virale (e ha prodotto decine di imitazioni) un video girato in varie città, in cui una ragazza né bella né brutta, in abiti non appariscenti, cammina. E viene sepolta di commenti, fischi, battute, proposte oscene. Chissà se sono quelli gli elettori di Time, i fischiatori da strada che non vogliono essere spernacchiati dalle femministe. O sono invece certe femministe portatrici della vulgata femminista e offese dalla sua banalizzazione, che per eccesso di severità preferiscono far saltare il banco. La politica insegna: gli avversari peggiori ce li hai quasi sempre in casa.

da Repubblica, 15 novembre 2014


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messicani


21 milioni di abitanti a 2700 mt di altitudine.


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tra le righe di un festival


La Repubblica delle Idee a Palermo. Il debutto di ELASTICA! A breve anche su elastica.eu.


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una noiosa femminista? no, Shakespeare....

“Per tutte le violenze consumate su di lei, per tutte le umiliazioni che ha subito, per il suo corpo che avete sfruttato, per la sua intelligenza che avete calpestato, per l’ignoranza in cui l’avete lasciata, per la libertà che le avete negato, per la bocca che le avete tappato, per le sue ali che avete tarpato, per tutto questo: in piedi, signori, davanti a una donna”. | W.S.


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con un libro non soffri mai di solutidine






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"Some call it the glass ceiling, I call it cultural femicide" - Virginia docet


“The reason I am a women’s cultural advocate is because of the marked, obvious and ubiquitous belittlement, marginalisation and under-representation of women in culture and particularly the literary scene, despite women being the vast and overwhelming majority of supporters of all arts both within and without the industry. Some call it the glass ceiling, I call it cultural femicide”. A room of our own


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ce l'avete coi selfie...?

Cindy Sherman – Una, nessuna e centomila la madrina di tutti i selfie
di ACHILLE BONITO OLIVA
ZURIGO. ALLA Kunsthaus di Zurigo c’è Cindy Sherman. Una retrospettiva, curata da Mirjam Varadinis e aperta sino al 14 settembre, con 110 opere dal titolo «Untitled Horrors» che tracciano l’avventura creativa dell’artista americana, nata nel New Jersey sessant’anni fa. Una sequenza d’immagini fotografiche e filmiche che ossessivamente rappresentano, attraverso l’autoritratto, quello che Rubert Musil chiama «l’identità molteplice dell’Io».
La mostra non segue un percorso cronologico ma un sorprendente accostamento di rappresentazioni, dal 1975 ad oggi, in cui la Sherman è l’unica protagonista. La ripetizione moltiplicata della sua figura in diverse posizioni, attraverso scatti, autoscatti fotografici e riprese cinematografiche fanno di lei un’icona.
Già Duchamp aveva dimostrato che niente sfugge al linguaggio. Il recupero del quotidiano produce non un passaggio dell’arte alla vita, ma solo un’estensione del campo estetico. Le tecniche di produzione e riproduzione dell’immagine permettono all’artista di recuperare anche le grammatiche del proprio corpo, presenza primaria assolutamente ineludibile.
Il corpo di Cindy Sherman qui viene esibito come un ready made cinetico, spiazzato dalla sua dimensione quotidiana e spostato in quella sorprendente dello spettacolo, corpo–oggetto e bersaglio per la contemplazione di un vasto pubblico.
Anche la dimensione delle opere ha un suo ruolo, evita lo standard del bel formato e gioca su una monumentalità capace di occupare intere pareti del museo. La diversa misura delle opere sviluppa un dinamismo iconografico che accentua l’edonismo creativo dell’artista e il bisogno precocemente postmoderno di rappresentare l’identità come produzione di disidentico. L’artista infatti appare e scompare in continui travestimenti di se stessa da Cover girls ( Vogue) ( 1976), ammiccante alla copertina della rivista, fino alle numerose Untitled degli anni Ottanta, Novanta e Duemila. Qui l’autoritratto non vuol confermare la perenne fissità dell’Io, ma piuttosto le mutazioni, le fantasie, le metamorfosi estetiche e somatiche che sembrano spostare la vita verso un film dell’horror. L’artista si riprende in molteplici atteggiamenti, tesi a rappresentare pulsioni immaginarie e la sua reale condizione di donna. Infatti il femminismo americano ha guardato con attenzione all’opera della Sherman. Il disidentico trova una sua rappresentazione che ribalta la ritrattistica tipica della storia dell’arte. Conta più il passaggio da una pelle all’altra. L’Io diventa un vestito appeso ad un gancio precario e svolazzante, molto lontano dalla coazione e ripetere di Andy Warhol che dichiarava di voler diventare una macchina.
Cindy Sherman con i suoi continui travestimenti rappresenta felicemente la tentazione del soggetto di praticare la vanità come prêtàporter del narcisismo. Una veloce passerella dell’immagine, sotto lo sguardo stupefatto dello spettatore in ammirazione per la volubilità dell’artista chiaramente indecisa a tutto . L’indecisione della Sherman è frutto di un ribaltamento ideologico che vuole capovolgere il trend di una società dei consumi, quella americana, pronta a celebrare il prodotto e non il suo produttore.
La mostra di Zurigo, che presenta an- che la celebre serie degli anni Settanta, Untitled Film Stills , evidenzia l’uso precoce dell’autoscatto che sembra già anticipare il selfie delle nuove generazioni. La fotografia non celebra i propri fasti tecnici attraverso l’uso del patinato o di una policromia seducente. Piuttosto evidenzia il rapporto ombelicale dell’artista col mezzo fotografico che tende sempre più a voler rappresentare una condizione onirica fino all’incubo di un travestimento allusivo di terrore e di morte. Nello stesso tempo serpeggia in questo sprofondamento anche l’ironia di uno sguardo consapevole e invitante, come si desume dalle Sex Pictures ( 1992) accostate alle più recenti serie degli Hollywood/ Hampton Types ( 2000-2002) e i Clowns (2003-2004). Compaiono immagini evocative del circo, allusioni ad oggetti violati di giochi dell’infanzia, come le bambole squarciate in un clima quasi post human. Macabro e grottesco, evocati dal sottotitolo della mostra «Untitled Horrors», confermano il clima espositivo di un’opera ormai quarantennale.
I tableaux vivants , i numerosi film e le serie televisive presentate come reali prodotti altamente professionali sono invece finzioni ammiccanti di un’artista che ha voluto conservare la solitudine artigianale di una creatività al servizio dell’ Io molteplice contro il Noi impersonale di una società globale.
La Sherman lascia al pubblico ampia facoltà di interpretazione. Da qui la sua volontà di spersonalizzare ogni opera attraverso il titolo sistematico Untitled.
Tale decisione evidenzia la poetica interattiva dell’artista che richiama il pubblico alla sua responsabilità e ad una personale lettura delle singole opere.
da Repubblica, 31 agosto 2014


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willi + golda = don






….poi per pochi franchi, in Svizzera, ti porti a casa New York nelle foto di chi ha scattato una delle più celebri copertine del rock. Grazie del regalo, Willi + Golda


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Rita, Bob e il femminismo 2.0


Sono un’ascoltatrice radiofonica distratta, ma costante. La radio mi fa compagnia, sebbene le parole mi entrino da un orecchio solo, a volte fermandosi, a volte no. Recentemente sono inciampata in un programma interessante di Radio Capital. Si chiama Rock in love, è tratto da un libro e racconta le grandi storie d’amore che stanno dietro (o davanti, se esibite) alle grandi stelle (maschi) del rock.
Nei mie ascolti distratti sono finita dentro la raccontatissima storia di Ike & Tina Turner (lei all’inizio costruì la carriera di lui, ma le prese anche di santa ragione – ormai la storia è nota) e oggi quella di Bob Marley e la moglie Rita.
Quando si sposarono, Rita aveva già un figlio, ma Bob la prese in moglie solo a condizione che il padre naturale del bambino non fosse mai più nominato. Marley, nella sua pur breve vita, ebbe 12 figli, non tutti con Rita. Lui viveva le sue molteplici relazioni alla luce del sole e per lui la ‘regola d’ingaggio’ imposta a Rita non era valida.
Rita pensava di avere una missione nella vita: sostenere Bob nel suo percorso di evangelizzazione del mondo. Quindi accettava tutte le condizioni imposte dall’unione con lui. Anche quella di restare nell’ombra. Per i fans di Marley, infatti, non doveva esistere nessuna moglie: quella di marito fedele era un’immagine che poco si addiceva a una rockstar. Tuttavia era lei a far marciare le cose, ad occuparsi delle incombenze pratiche in famiglia e nell’amministrazione della carriera del grande cantante e attivista giamaicano.
I giornali, invece, li leggo più attentamente e adoro le articolesse. Come questa intervista ad Attali. Il tema mi richiama alla mente un altro mio ‘cavallo di battaglia’: My Architect, storia privata di un uomo che ha fatto la storia dell’architettura, Louis Khan. “Mentre un figlio (illegittimo) cerca suo padre, tentando di comprendere le ragioni di un abbandono, noi spettatori scopriamo la vita e la potenza creatrice dell’architetto Louis Kahn, uno dei più grandi artisti del Ventesimo secolo”, recita così la copertina del documentario, nomination all’Oscar come miglior documentario nel 2004. Louis Khan aveva tre donne e due figli. “Era troppo impegnato col suo genio per occuparsi della sua vita privata”, dice più o meno una di loro nel film.
Torno ad Attali, di cui condivido idealmente (e anche un po’ praticamente) la visione. Tuttavia, non posso fare a meno di constatare che la strada per arrivare alla condizione ideale tracciata dall’intellettuale francese è ancora molto lunga: sono sempre e solo le donne, a cui per secoli è stata inculcata la cultura del sacrificio (“non lo fo per piacer mio, ma far piacere a Dio” oppure “partorirai con dolore”), a custodire matrimoni segreti, a costruire carriere e potenze altrui, tanto per riassumere il concetto velocemnte. Con qualche eccezione, grazie a dio: la Clinton sta per candidarsi, prima donna nella storia, alla presidenza degli Stati Uniti, Sinead O’Connor, la provocatoria cantante irlandese, è uscita con un nuovo disco, di nuova magra e di nuovo strafiga, in cui canta “I’m not bossy (autoritaria), I’m the boss”.
Chiudo il cerchio, o almeno ci provo, con un’ultima osservazione. Il mese scorso è uscita in rete l’ennesima campagna virale: ragazze americane che si facevano selfie con un cartello in cui rivendicavano con orgoglio il fatto di NON essere femministe. Un coro mondiale di donne più consapevoli è insorto contro tutte coloro che pensano che essere femministe vuol dire essere brutte, vestite male, con la ricrescita bianca nei capelli, i peli nelle gambe e soprattutto vuol dire odiare i maschi. Non è così.
Quel femminismo lì, quello che esibiva al collo la lametta, è tramontato e ormai insopportabile alle donne della mia generazione. Quel femminismo lì, però, ha lottato per battaglie fondamentali nel campo dei diritti civili: aborto e divorzio, tanto per citare quelli più alla portata di mano. In un certo senso è stato più facile: si lottava per chiedere cose concrete, una legge che ci permettesse di separarci da un marito che non volevamo più, di abbandonare una gravidanza non voluta, di abolire il delitto d’onore (un marito tradito era giustificato se uccideva la moglie che col tradimento aveva macchiato la sua virilità).
Oggi, essere femminista 2.0 (mettiamola così), significa fare una battaglia molto più difficile perché impalpabile in quanto è una battaglia culturale, che entra nel sentire dei singoli, nella pancia, nell’emotività, nella psicologia e nella sfera privata (“ma il personale è politico”, mi ha ricordato Nan Goldin, incontro tra i più felici dello scorso inverno).
La battaglia culturale significa estirpare dalle donne quel senso del sacrificio che non permette la parità, la libera scelta e quindi la realizzazione di quella condizione ideale, neutra espressa da Attali.
Io non demordo.

nella foto, Rita e Bob nel giorno del matrimonio, febbraio 1966


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